Ah forse è lui ...
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AH, FORS’E’ LUI CHE L’ANIMA . . .

(Atto I – Scena V)

 

Il ricevimento dato da Violetta è ormai finito e tutti gli invitati hanno lasciato l’appartamento. Alfredo le ha dichiarato il suo amore e ora la donna, rimasta sola, ripensa alle parole di questo strano giovane entrato improvvisamente nella sua vita ed è scossa da sentimenti contrastanti.

 

Libretto

VIOLETTA

E’ strano! … E’ strano! … In core

Scolpiti ho quegli accenti!

Saria per me sventura un serio amore?

Che risolvi, o turbata anima mia?

Null’uomo ancora t’accendeva … O gioia

Ch’io non conobbi, essere amata amando! …

E sdegnarla poss’io

Per l’aride follie del viver mio?

Ah, fors’è lui che l’anima

Solinga ne’tumulti

Godea sovente pingere

De’suoi colori occulti! …

Lui che modesto e vigile

All’egre soglie ascese,

E nuova febbre accese,

Destandomi all’amor! …

A quell’amor ch’è palpito

Dell’universo intero,

Misterioso, altero

Croce e delizia al cor.

 

(Resta concentrata un istante, poi si scuote improvvisamente)

 

Follie! … Follie! … Delirio vano è questo!

Povera donna, sola,

Abbandonata in questo

Popoloso deserto

Che appellano Parigi,

Che spero or più? … Che far degg’io?…Gioire,

Di voluttà nei vortici perire.

Sempre libera degg’io

Folleggiare di gioia in gioia,

Vo’ che scorra il viver mio

Pei sentieri del piacer.

Nasca il giorno, o il giorno muoia,

Sempre lieta ne’ritrovi

A diletti sempre nuovi

Dee volare il mio pensier.

 

ALFREDO (Sotto il balcone)

Amor, amor è palpito

Dell’universo intero;

Misterioso, altero;

Croce e delizia al cor

 

VIOLETTA

Oh! Amore!

Follie! … Gioir! …

Sempre libera ecc.

 

  ALFREDO

Amor, amor è palpito ecc.

Versione

VIOLETTA

Che strano! … Che strano! Le sue parole

Ho impresse nel mio cuore!

Sarebbe per me così tragico amare veramente qualcuno?

Che pensi, anima mia sconvolta?

Nessun uomo ti aveva ancora infiammato … O gioia

Per me sconosciuta, amare ed essere amata!

Come posso voltare le spalle ad una tale gioia

E preferirle le vuote follie della mia vita?

Ah, forse è proprio lui che la mia anima, solitaria in mezzo ai tumulti,

Si deliziava spesso a dipingere

Di colori misteriosi! …

Lui che discreto e attento

Arrivò in casa mia quando ero malata,

E accese in me una nuova febbre,

Risvegliando in me l’amore! …

A quell’amore che anima

L’intero universo,

Misterioso, sublime

Tormento e gioia del cuore.

(Resta concentrata un istante, poi si scuote improvvisamente)

 

Follie! … Follie! … Questi sono pensieri vuoti!

Povera donna, sola,

Abbandonata in questo

Affollato deserto

Che chiamano Parigi,

In cos’altro posso sperare? … Cosa devo fare? … Gioire

E morire trascinata nei vortici del desiderio.

Io deve sempre essere libera

Di passare di piacere in piacere,

Voglio che la mia vita scorra

Tra i sentieri del desiderio.

Sia che il giorno nasca o che muoia,

Sempre felice, dovunque mi trovi

I miei pensieri dovranno volare

Verso piaceri sempre nuovi.

 

ALFREDO (Sotto il balcone)

Amore, amore che anima

L’intero universo;

Misterioso, sublime;

Tormento e gioia del cuore.

 

VIOLETTA

Oh! Amore!

Follie! … Gioire

Devo sempre essere libera ecc.

 

ALFREDO

Amore, amore che anima ecc.

 

Riflessioni linguistiche

Quegli: plurale maschile dell’aggettivo dimostrativo “quello”. Esso è usato in italiano per riferirsi a persone, cose o animali lontane da chi parla. Per la formazione del maschile e del femminile segue la regola dell’articolo determinativo. Davanti ad un sostantivo maschile che inizia con una consonante avremo, quindi, la forma “quel” (il) (es. quel tavolo); davanti ad un sostantivo maschile che inizia con una vocale la forma “quell’” (l’) (es: quell’ albero); davanti ad un sostantivo che inizia con la consonante “s” seguita da un’altra consonante, o dalla consonante “z” o da “p+s”, “p+n”, “g+n”, la forma “quello” (lo) (es. quello studente, quello zaino etc.). Per il plurale maschile avremo le corrispondenti forme “quei” (i), “quegli” (gli) e “quegli” (gli). Il femminile singolare sarà “quella” (la) o “quell’” (l’), mentre il plurale sarà “quelle” (le).

Saria: sarebbe. Forma arcaica del condizionale presente del verbo “essere”.

Conobbi: passato remoto prima persona singolare del verbo “conoscere”.

Godea: godeva. Forma arcaica dell’indicativo imperfetto del verbo “godere”.

Ascese: passato remoto del verbo “ascendere”.

Accese: passato remoto del verbo “accendere”.

Degg’io: devo. Forma arcaica dell’indicativo presente del verbo “dovere”.

Scorra: presente congiuntivo del verbo “scorrere”. Troviamo qui il congiuntivo in una frase dipendente perché nella frase principale è presente un verbo che indica volontà (io vò = io voglio) del soggetto che parla. In generale, uno dei modi in cui il congiuntivo viene usato nelle frasi dipendenti e strettamente collegato alla presenza nella principale di verbi che esprimono la soggettività di chi parla. Tali verbi possono esprimere opinione (penso che, credo che, ritengo che, immagino che, suppongo che etc.), paura (temo che, ho paura che etc.), speranza (spero che, mi auguro che etc.), dubbio (dubito che, non sono sicuro/certo che), attesa (aspetto che, attendo che), felicità (sono felice/contento che).

 

Commento per gli esperti

La struttura della lunga scena con la quale Violetta chiude il primo atto e quella di un recitativo con l’aria in andante, seguita da un altro recitativo e da una brillante cabaletta.

Nel primo recitativo “E’ strano” Violetta riflette sulla possibilità che un vero amore possa finalmente dare una svolta alla sua vita. E magistrale il modo in cui Verdi connota psicologicamente il personaggio di Violetta che sembra quasi essere un “doppio personaggio”: prima rifiuta di ammettere a se stessa il proprio amore, ma poi, trascinata in esso senza che se ne renda conto, finisce con l’obbedirgli. 

Nell’andante “Ah, fors’è lui” Violetta esprime il desiderio di una nuova vita con la persona che forse ha sempre sognato. Esso, strutturato su di un semplice disegno minore-maggiore, “è musica bellissima presa sia in sé sia colta nella sua collocazione all’interno dell’opera”  (Budden).

Segue un recitativo nel quale Violetta abbandona quelle che, mentendo a se stessa, considera delle fantasticherie, e con senso di autocommiserazione si chiede perché una povera ragazza abbandonata nel popoloso deserto parigino, senza nessuno che la aiuti, non debba darsi alle sole gioie che il suo mestiere di prostituta, sebbene di alto bordo, (lo stesso Verdi non esita a definire Violetta una “puttana”) le consentono di vivere.

Nella cabaletta che segue “Sempre libera degg’io  Violetta ribadisce la sua volontà di continuare a vivere ricercando solo il piacere immediato e passeggero. L’orchestrazione è, stilisticamente, “caratterizzata da sporadici raddoppi, rapidi arpeggi pizzicati dei violoncelli a conferire agitazione e largo impiego di tromba e ottavino. La voce è tutta scale e gorgheggi sempre più acuti che esprimono assai bene la febbrile allegria del personaggio” (Budden).  

Nell’ultima parte della scena si ascolta Alfredo che ripete ancora una volta il suo ritornello “Amor ch’è palpito”, accompagnato da un’arpa fuori scena. Violetta ha un attimo di debolezza, ma subito si riprende e scaccia il pensiero di un amore romantico con una versione abbreviata del precedente recitativo. Nella ripresa della cabaletta riafferma ancora una volta l’intenzione di abbandonarsi al piacere passeggero. Irrompe in finale la voce di Alfredo, ma, per il momento, l’amore è sconfitto.

 

ANTONIO