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L' Articolo 18 |
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L’ARTICOLO
18. CHE COS’E’? (Marzo 2001) I toni dello scontro tra governo e sindacati si sono fatti nelle ultime settimane sempre più accesi e duri. L’oggetto del contendere è la riforma del mercato del lavoro che l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi ha messo in cantiere con l’obiettivo dichiarato di introdurre maggiore flessibilità nel sistema dei rapporti di lavoro. Lo scopo è quello di ridurre la disoccupazione, soprattutto giovanile. I
punti principali della riforma riguardano: l’introduzione di nuove forme di
contratto lavorativo più flessibili rispetto al tradizionale “contratto a
tempo indeterminato” (contratti occasionali, lavoro a chiamata, lavoro
progetto etc.); un nuovo modello di contrattazione decentrata al livello delle
singole imprese con uno spazio anche per la contrattazione individuale (imprese
che hanno profitti più alti avrebbero così la possibilità di offrire ai
propri dipendenti condizioni contrattuali più vantaggiose); una riforma dei
meccanismi di protezione a vantaggio dei lavoratori meno tutelati;
l’estensione ad un anno dell’indennità di disoccupazione per chi perde il
posto di lavoro condizionata però alla frequentazione di corsi di formazione
professionale (con una spesa prevista per lo Stato di circa 1.5 miliardi di
Euro); la liberalizzazione dell’istituto del collocamento in modo da
facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con il coinvolgimento
anche di strutture private. La
proposta del governo che più di altre incontra l’opposizione delle tre
confederazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL) è quella che riguarda le norme sui
licenziamenti contenute nel cosiddetto “Statuto dei lavoratori” (Legge 300
del 1970). Nell’opinione del governo una maggiore flessibilità nel mercato
del lavoro potrebbe essere ottenuta anche attraverso una modifica di tali norme,
ed in particolare dell’articolo 18 (reintegrazione nel posto di lavoro). L’articolo
18 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che “(…)
il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento (…) o
annulla il licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (…) ordina
al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, che in ciascuna sede,
stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il
licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o
più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare4 il
lavoratore nel posto di lavoro. (…)”. Il lavoratore, dunque, che ritenga
di essere stato licenziato senza una giusta causa o un giustificato motivo, può
ricorrere al giudice. Se in sede giudiziaria viene accertata l’assenza di
questi due requisiti, il giudice emette una sentenza con la quale può obbligare
il datore di lavoro a riassumere il lavoratore licenziato. Questa norma è
valida per tutti coloro che lavorano in aziende con più di quindici dipendenti. Il
governo propone una deroga all’articolo 18. La riforma prevede che nel caso di
un licenziamento senza giusta causa nei prossimi quattro anni il lavoratore
licenziato venga indennizzato con una somma di denaro ma non possa più godere
del diritto ad essere riassunto con sentenza del giudice. Questa deroga dovrebbe
riguardare solo alcune categorie di lavoratori ed in particolare: i lavoratori
“in nero” che vengono regolarizzati dalle aziende in cui lavorano; i
lavoratori il cui contratto a tempo determinato venga trasformato in contratto a
tempo indeterminato (ma solo nel Sud); i lavoratori la cui assunzione faccia
superare all’impresa la soglia dei quindici dipendenti (questo per facilitare
le assunzioni nelle aziende che attualmente impiegano meno di quindici
lavoratori). L’opposizione
dei sindacati alla deroga proposta dal governo è netta. Essi hanno dichiarato
la loro disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative per discutere i
diversi aspetti della riforma del mercato del lavoro, a condizione però che il
governo “stralci” l’articolo 18, escluda cioè dal negoziato ogni sua
possibilità di modifica. La protezione contro il licenziamento senza giusta
causa viene infatti giudicata un diritto fondamentale dei lavoratori, che deve
essere salvaguardato ad ogni costo. Nonostante
le recenti aperture del governo e la disponibilità al dialogo, le posizioni tra
l’esecutivo e i sindacati sembrano dunque rimanere distanti, tanto che la
CGIL, la CISL e la UIL hanno già dichiarato la loro intenzione di ricorrere
allo sciopero generale, che probabilmente verrà proclamato per la metà di
aprile. ANTONIO
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