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Caronte |
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LA PORTA DELL’INFERNO E
CARONTE “PER ME SI VA NE LA
CITTA’ DOLENTE, PER ME SI VA NE L’ETERNO DOLORE, PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE. GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE: FECEMI LA DIVINA POTESTATE, LA SOMMA SAPIENZA E ‘L PRIMO AMORE. DINANZI A ME NON FUR COSE CREATE SE NON ETERNE, E IO ETERNA DURO. LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE.” Con queste parole, che Dante vede scolpite sulla sommità di una porta,
si apre il Canto III dell’Inferno,
in cui il poeta si trova proprio sulla soglia del mondo delle anime dannate.
Queste frasi, dal senso così tremendo e oscuro, sono scolpite sopra la porta
dell’Inferno; la porta stessa sembra personificarsi e parlare con la sua bocca
che nasconde solo tormenti e dannazione eterna, predice il destino di coloro che
stanno per oltrepassarla: attraverso di essa si entra nella città del dolore
(l’Inferno, appunto), nel tormento perenne (senza fine), fra le anime dannate.
La porta è una creazione di Dio (il mio
alto fattore), il quale la costruì per rendere giustizia ai buoni (punendo
i malvagi), e come tutte le altre cose
create è segno della sua potenza, della sua sapienza e del suo amore; è
inoltre eterna. Ma la frase lapidaria che
conclude l’epigrafe è forse quella che più si fissa negli occhi di chi legge
proprio per la sua ineluttabilità ed eternità: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate, chi oltrepassa la soglia
dell’Inferno non ne uscirà mai più (fatta eccezione, ovviamente, per
Dante!).
Il poeta rimane certamente turbato nel leggere questa promessa di
dannazione, ma le sagge parole e il sorriso di Virgilio lo rassicurano. Ciò che
gli si prospetta davanti a questo punto è una enorme massa di anime tormentate
da mosconi, vespe e vermi; sono le anime degli ignavi, cioè di coloro che
vissero “sanza infamia e sanza lodo”, senza meritare né una punizione né
una ricompensa, senza ideali e senza interessi. Queste anime sostano in una zona
che si chiama Antinferno, perché neanche i demoni le hanno volute con loro. Allontanandosi dagli ignavi, Dante si avvicina quindi all’Acheronte, il
fiume che delimita l’Inferno vero e proprio (in greco, ‘fiume del dolore’),
attraverso il quale le anime devono passare per essere poi destinate alla loro
punizione eterna. E qui il poeta incontra il
traghettatore di anime, il demonio Caronte con
occhi di bragia (con occhi infuocati come la brace ardente), che ha appunto
il compito di trasportare le anime oltre l’Acheronte. La figura di Caronte si
ritrova anche nella mitologia pagana e nell’Eneide
di Virgilio (Libro VI, dove si narra la discesa agli Inferi di Enea) esattamente
con lo stesso gravoso ruolo. Dante, pur definendolo un ‘demonio’, ce lo
descrive però molto umanamente come un vecchio, con barba e capelli bianchi per
l’avanzata età: “Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: ’Guai a voi anime prave! Non isperate mai veder
lo cielo;
i’ vegno per menarvi all’altra riva
ne le tenebre eterne, in caldo e ‘n gelo. E
tu che se’ costì, anima viva,
pártiti da cotesti che son morti’.” Caronte si rivolge alle anime dei
dannati, ricordando loro il destino che le aspetta (non vedranno mai il Cielo,
Dio, la beatitudine), e si accorge che fra loro c’è l’anima di un vivo, di
Dante. Interviene allora Virgilio a spiegare che la presenza di un’anima
viva è voluta dalla volontà superiore di Dio: vuolsi
così colà dove si puote ciò che si vuole (così si vuole lassù, in
Cielo, dove si può fare ciò che si vuole). E con queste parole, Caronte tace e
riprende il suo eterno compito di nocchiero. Dante, sopraffatto da tanta emozione e tanto turbamento, perde i sensi;
si risveglierà solo nell’Inferno vero e proprio. FIORA |