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Dante e Maometto |
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Nel XXVIII canto dell’Inferno, Dante descrive (quasi con compiacimento) le orrende pene che soffrono i seminatori di discordie, cioè coloro che in vita hanno operato lacerazioni politiche, religiose e familiari: fra di loro assume particolare importanza la figura di Maometto, a cui Dante riserva una pena atroce: il suo corpo è dilaniato dal mento al basso ventre. Pur essendo l’unico personaggio del Canto in cui è possibile ravvisare una qualche dignità umana, Dante ne dà un’immagine violenta e cruda, che alcuni studiosi arabi hanno sentito come un insulto alla loro civiltà. Infatti, nella traduzione in arabo fatta dal filologo Hassan Osman mancano completamente i versi dal 22 al 63, poiché considerati un errore di Dante nel giudicare il profeta dell’Islam. In effetti, studi recenti hanno confermato che, dal punto di vista contenutistico e formale, Dante deve molto alla cultura araba e islamica, e in particolare al Libro della Scala, che presenta diverse analogie con l’Inferno. Tuttavia, il peccato dei seminatori di discordie è troppo grave per Dante perché possa mostrare un po’ di umanità o anche di partecipazione emotiva nei confronti dei peccatori. Ecco una parte dei versi dedicati a Maometto:
"Mentre che tutto in lui veder m’attacco, (Inferno, Canto XXVIII, vv. 28-36)
Mentre Dante guarda Maometto, quest’ultimo si allarga il petto con le mani e invita il poeta ad osservare il suo strazio (or vedi com’io mi dilacco!/vedi come storpiato è Maometto!). Davanti a lui c’è Alì, suo genero e fondatore della setta sciita, che soffre una pena analoga e complementare: ha il volto aperto dal mento fino ai capelli (al ciuffetto). Maometto stesso si definisce seminator di scandalo e di scisma (ovvero provocatore di offese e separazioni) insieme a tutti gli altri dannati intorno a lui. Sembra proprio che Dante qui dimentichi il grande contributo che la cultura araba ha dato a quella occidentale in campo astronomico, filosofico, matematico, agricolo, etc…
FIORA
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