Dante nel 3°millennio
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DANTE NEL TERZO MILLENNIO

 

Dante e la Divina Commedia fanno parte del bagaglio culturale di molti italiani… Chi, infatti, non ha mai citato i versi iniziali dell’Inferno: "Nel mezzo del cammin di nostra vita…" ?

Forse la cantica che più resta nel cuore dei lettori di Dante è proprio l’Inferno, prima di tutto perché la lingua è più semplice e più facile da capire, ma soprattutto perché nel più oscuro e maledetto regno dell’oltretomba, Dante ritrova le passioni e i sentimenti che muovono la vita degli uomini, e dipinge con meraviglioso realismo non solo le pene e i dolori, ma anche l’umanità e la fisicità delle anime dannate, ancora strettamente legate al mondo terreno.

E proprio dall’Inferno sopravvivono nella lingua comune, di oggi, dopo ben 700 anni dal viaggio di Dante, alcune espressioni dantesche, che non solo sono usate per enfatizzare o ironizzare, ma sono entrate realmente a far parte della lingua italiana viva (anche se, forse, non tutti si rendono conto quale ne sia stata l’origine!).

 

Se sentite qualcuno dire con un sospiro: "ora cominciano le dolenti note", vuol dire che sta per succedere qualcosa di poco piacevole (per es., l’arrivo della bolletta del telefono!); proprio come quando Dante, da poco entrato nell’Inferno, ammette (riferendosi alle grida e ai pianti dei dannati):

"Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire……."

(Canto V, vv. 25-26)

 

Se il vostro ultimo esame universitario o il vostro ultimo colloquio di lavoro non è stato un successo, ma neanche un disastro, potrete senz’altro rispondere a un amico che vi chiede come è andato: "senza infamia e senza lode". Queste sono le parole che Virgilio usa per descrivere gli ignavi, cioè quelle persone che in vita non hanno fatto né del male, né del bene.

"………… Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza infamia e sanza lodo."

(Canto III, vv. 34-36)

 

Torniamo ancora all’ingresso dell’Inferno, dove Dante legge, scolpite sopra una grande porta (la porta dell’Inferno) queste parole:

"Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’eterno dolore,

per me si va fra la perduta gente.

[…]

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate."

(Canto III, vv. 1-9)

Bhè, non è raro trovare ristoranti o altri locali pubblici che, scherzosamente, mettano all’entrata un cartello con questa frase: "lasciate ogni speranza voi che entrate", magari con qualche piccolo ritocco…

 

Quando, invece, una persona autorevole (per es., il capoufficio, o la mamma!) vi impongono qualcosa, la frase giusta da usare è:

"vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole ……………"

(Canto V, vv. 23-24)

Così, infatti, Virgilio si rivolge a Minosse, il giudice delle anime dannate, spiegando che il viaggio di Dante è predestinato e che così si vuole lassù (in cielo) dove si può fare ciò che si vuole (la volontà di Dio può tutto).

 

Infine, dalla travolgente storia d’amore di Paolo e Francesca, nasce il successo dell’espressione "galeotto", sinonimo di una persona che facilita i legami d’amore; e per tutti gli innamorati (non corrisposti), la speranza data dalle parole "Amor, ch’a nullo amato amar perdona" (Canto V, v. 103), cioè: l’amore non permette a nessuno, che sia amato, di non riamare a sua volta… lo dice anche il cantautore romano Antonello Venditti in una sua famosissima canzone!

 

Bene, chi aveva detto che Dante era morto? Il "padre della lingua italiana" sembra invece ancora vivo e vegeto, e le sue parole risuonano nelle nostre orecchie e danno colore alle nostre conversazioni. Conoscete qualche altra espressione dantesca, che usate, avete sentito o vi incuriosisce? Scriveteci!

 

FIORA