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DANTE E FARINATA: LA PROFEZIA DELL’ESILIO
Dante e Virgilio, attraverso le mura della città di Dite, entrano nel 6° cerchio dell’Inferno, quello degli eretici e degli epicurei, cioè di coloro che non hanno creduto nell’immortalità dell’anima; fra di essi sono compresi anche le anime di quelli che si sono politicamente ribellati al Papato: i ghibellini.
Il cerchio degli eretici appare a Dante come una grande pianura disseminata di tombe circondate da fiamme (probabilmente per la legge del contrappasso, perché gli eretici venivano bruciati vivi sul rogo); le tombe sono aperte e il poeta è desideroso di conoscere le anime che lì sono dannate. Le sue parole, dall’accento fiorentino, suscitano la nostalgia e la curiosità di un dannato, Farinata degli Uberti, che nella voce di Dante riconosce l’amata Firenze. Il punto centrale del Canto è proprio lo scambio di battute tra Dante e Farinata:
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Com’io al piè de la sua tomba fui, |
Appena fui ai piedi della sua tomba, |
(Inferno, Canto X, vv. 40-51 e 77-81)
Manente degli Uberti (detto Farinata) era stato capo dei ghibellini per circa 25 anni; nel 1248 riuscì a far cacciare i guelfi nemici da Firenze, ma dopo dieci anni fu cacciato a sua volta e decise di organizzare la vendetta contro Firenze alleandosi con i ghibellini senesi. Nella famosa battaglia di Monteaperti, dove morirono migliaia di combattenti, i guelfi furono sconfitti e Farinata riuscì a tornare in patria e, durante il Congresso di Empoli, a salvare Firenze dalla distruzione, voluta da gran parte dei suoi. Farinata morì nel 1264 (l’anno prima che Dante nascesse), ma circa vent’anni dopo, i guelfi, una volta riconquistato il potere, lo processarono insieme ai suoi discendenti e li condannarono all’esilio. Le alterne vicende dei guelfi e dei ghibellini sono riassunte nelle parole di Farinata con una forza e una convinzione che sottolineano la grandezza, nel bene e nel male, di questo personaggio.
L’arte che i ghibellini e gli Uberti non hanno saputo apprendere bene è quella di ritornare dall’esilio che li ha colpiti, e questo ferisce Farinata più di qualsiasi altra cosa: anche la sua dannazione eterna diventa meno importante di fronte al destino dei suoi familiari. Ed ecco qui, il momento della profezia. Farinata non può conoscere il presente ma può avere visione del futuro e predice a Dante il suo avvenire doloroso: prima che la faccia della luna risplenda cinquanta volte, il poeta conoscerà l’esilio. La donna che qui regge è la regina dell’Inferno, Ecate o Persefone, che gli antichi identificavano con la luna; le parole di Farinata indicano che Dante conoscerà l’esilio prima che la luna sorga cinquanta volte, quindi entro cinquanta mesi.
Questa è la prima volta, nella Divina Commedia, che la profezia dell’esilio è esplicitata e diventerà l’origine del sentimento contrastante del poeta verso Firenze, la città natale che l’ha prima accolto e poi rifiutato.
Il personaggio di Farinata degli Uberti, come altri eretici (fra cui l’imperatore Federico II), pur nella dannazione, conserva una nobiltà e ispira un rispetto che altri personaggi non hanno; ciò è dovuto forse al fatto che agli epicurei, pur non avendo il dono della fede cristiana, siano riconosciute da Dante altre virtù nobili, come la magnanimità e la sincera convinzione di essere nel giusto e agire per il bene.
FIORA