La Macchina
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LA “MACCHINA” DI SANTA ROSA:

UNA TORRE ILLUMINATA ATTRAVERSA LA CITTA’   

Non si può non rimanere ammirati, affascinati e stupiti da questa snella costruzione, alta circa 30 metri che i viterbesi chiamano “macchina” e che ogni anno, la sera del 3 settembre, porta la statua di Santa Rosa, patrona di Viterbo, attraverso le vie della città.

Santa Rosa nacque intorno al 1233 da una famiglia di umile condizione, fin dalla più tenera età venne amata ed ammirata per le sue doti di bontà, generosità e devozione.

Ella amò molto la sua città e i suoi concittadini e con il suo ardore contribuì a confortare e rinsaldare lo spirito del popolo durante la lotta tra i guelfi viterbesi, fedeli alla Chiesa, e l’imperatore Federico II, e questo suo ardore, con la caduta della città in mano dell’imperatore, fu causa dell’esilio per lei e per la sua famiglia.

Qualche anno prima della morte, avvenuta sembra nel 1251, Rosa aveva indossato il saio di terziaria francescana, non essendo stata accolta, a causa della sua povertà, nel convento delle Clarisse di San Damiano, situato non lontano dalla sua abitazione.

  Il suo desiderio venne esaudito soltanto nel 1258, quando il suo corpo, ritrovato incorrotto nella chiesa di Santa Maria del Poggio, dove era stato sepolto, venne trasportato con una solenne processione fino al monastero di San Damiano. Nel corteo che seguiva il corpo della Santa, oltre al popolo di fedeli, erano presenti molti alti prelati e lo stesso Papa Alessandro IV. Il culto di Rosa si affermò subito e nel 1512 venne sancito ufficialmente con l’istituzione di una processione a ricordo della traslazione avvenuta nel 1258.

Sicuramente all’inizio si trattò di una cerimonia molto semplice e i più antichi disegni della “macchina” risalenti alla seconda metà del ‘600 e oggi esposti al Museo Civico, ci mostrano una costruzione di altezza modesta in cui la statua poggia direttamente su uno zoccolo di base.

Negli anni la costruzione venne modificata con l’inserimento, tra la base e la statua, di ulteriori elementi che dimostrano una nuova tendenza alla verticalizzazione e che si espressero all’inizio in forme neoclassiche, in seguito, a partire dal 1800, in stile gotico.

  La “macchina” cambia nella forma delle decorazioni esteriori ogni 5 o 7 anni e il suo disegno viene scelto tra i più bei progetti presentati da architetti e ingegneri.

La costruzione ha un’armatura in cui il traliccio metallico sostituisce da molti anni le più pesanti travi di legno, mentre l’esterno è modellato in carta pesta e legno. Il tutto per un peso complessivo di varie decine di quintali che poggiano sulle spalle di un centinaio di robusti e devoti cittadini, i cosiddetti “facchini”, da alcuni anni insigniti del titolo di “cavalieri di Santa Rosa”.

Essi indossano un particolare costume bianco, con fazzoletto dello stesso colore annodato sulla testa e alla cintura una fascia rossa, che diventa di colore azzurro per coloro che trasportano la “macchina” da oltre dieci anni.

Per questi uomini esiste una tradizione molto particolare, un rituale preciso che si ripete identico da secoli e che va dalla candida divisa al ritiro spirituale prima della processione, fino alla benedizione “in articulo mortis” che essi ricevono nella chiesa di San Sisto, subito prima della partenza. Tutto ciò non deve suscitare stupore perché, nella secolare storia della processione, non sono mancati numerosi e drammatici incidenti, dovuti soprattutto al peso eccessivo della costruzione, che sono costati la vita a coloro che la trasportavano.

Lo spettacolo a cui si assiste è stupendo: l’altissima torre sovrastata dalla statua della Santa e illuminata da centinaia di fiammelle, viene sollevata dai facchini e inizia ad avanzare attraverso le vie di una città completamente buia di cui la macchina è l’unica fonte di luce. Viene preceduta dai tamburi, che scandiscono il passo dei portatori, e dal mossiere, che impartisce gli ordini, mentre ai bordi delle strade e affacciata alle finestre, la gente assiste applaudendo e incoraggiando gli uomini che sostengono l’enorme peso sulle spalle.

È una forte emozione: la piccola statua troneggia altissima e luminosa sopra i tetti delle case, avanzando lentamente, tutti attendono con il fiato sospeso il suo passaggio, i tamburi rimbombano sottolineando la cadenza del passo dei facchini e sembra di ascoltare il battito di un unico grande, cuore.

Assistendo alla processione, in mezzo alla folla o da un balcone, il pensiero che ritorna alla mente è uno solo: dal 1512 questa tradizione si ripete più o meno identica, ogni anno, e da allora le “macchine” sono cambiate molto e varie volte, ma l’amore dei viterbesi per la piccola santa no, quello è rimasto immutato.

ALESSANDRA STEFANI