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La lingua |
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(1^ puntata) Nel corso dei secoli, la lingua italiana è cambiata, ma non si è evoluta tanto rapidamente come altre lingue europee, fra cui l’inglese e il francese, sia per motivi storico-politici che per motivi letterari e sociologici. Tanto è vero che se un italiano di oggi, di cultura media, prende e apre la Divina Commedia può leggere, pur con qualche difficoltà, e capire il senso generale del discorso, anche se non riconosce tutte le parole. Mettete un francese davanti alla Chanson de Roland o un inglese davanti al Beowulf e vedrete che non se la caveranno altrettanto bene ! Ma, per molti stranieri (e anche per qualche italiano !!!) ci sono evidentemente molte difficoltà linguistiche nel leggere un testo scritto sette secoli fa, soprattutto un testo poetico pieno di allegorie e simbologie come la Divina Commedia. Le difficoltà sono di diversi tipi: alcune parole non esistono più nella lingua italiana (o sono solo di uso poetico e letterario) e sono registrate solo nei grandi dizionari; a volte si trovano costruzioni vecchie, ormai obsolete; altre volte, le parole continuano nell’italiano moderno ma il loro significato è cambiato; talvolta si tratta solo di piccoli cambiamenti che rendono una parola irriconoscibile (per es., sanza/senza). Abbiamo pensato allora di dedicare qualche pagina alla spiegazione di piccoli trucchi linguistici che (speriamo) vi permetteranno di affrontare Dante con occhi diversi, e vedrete… tutto sembrerà più facile !
Cominciamo con alcune espressioni che si trovano nelle terzine già citate e commentate nella sezione "Dante Alighieri" del nostro sito, avrete così un preciso punto di riferimento. fiata, fiate La parola fiata significa ‘volta, circostanza, occasione’, in senso temporale: per più fiate = più volte, più di una volta l’una e l’altra fiata = l’una e l’altra volta, tutte e due le volte Dante usa spesso questo termine, che deriva dal latino popolare vicata (latino vece(m)) e ha un corrispondente nel francese fois e nello spagnolo vez: quelque fois = a veces = ‘qualche volta, a volte’ Attenzione, però: oggi questa parola non si usa più !!! ei Ei è una forma arcaica e poetica del pronome maschile soggetto di 3^ persona sia singolare che plurale; in italiano oggi diciamo lui al singolare e loro al plurale. Ci sono anche altre due forme che oggi non vengono più usate nell’italiano parlato ma si trovano ancora nell’italiano scritto: egli (singolare) e essi (plurale). fur, furo Nella lingua poetica, la forma delle parole viene spesso adattata al ritmo e alla lunghezza del verso; per es., non è raro che le vocali finali cadano. Le forme fur / furo sono le forme abbreviate del passato remoto del verbo essere, alla terza persona plurale: italiano moderno furono.
virtute Virtute significa ‘virtù’. Al tempo di Dante questa forma era ancora in uso, così come bontade o cittade. Queste parole derivano dall’accusativo latino virtute(m), bontate(m) e civitate(m); in seguito l’ultima sillaba è caduta e sono nate così le forme moderne: virtù, bontà, città (a proposito, ricordate che il plurale delle parole con accento sull’ultima vocale è uguale al singolare ? la virtù / le virtù).
fia Questa forma verbale deriva dal congiuntivo del verbo latino fieri ( = diventare, essere fatto, trovarsi, essere), che oggi in italiano non esiste più. fia è la 3^ persona singolare e corrisponde nella lingua moderna a ‘sia’ (congiuntivo presente) o ‘sarà’ (indicativo futuro).
"Enclisi pronominale" Il termine "enclisi pronominale" (dal greco enklisis ‘inclinazione, appoggio’) si riferisce a un fenomeno molto frequente nella Divina Commedia: Dante, invece di mettere i pronomi (impersonali, diretti, indiretti, etc…) nella normale posizione in cui oggi li troveremmo, li attacca (appoggia) alla fine del verbo. Facciamo qualche esempio:
scolorocci il viso = il viso ci si scolorò guardommi = mi guardò a farmisi sentire = a farsi sentire da me vuolsi = si vuole
Qui comincia la vostra avventura nella lingua di Dante; se avete domande o curiosità, contattateci. Altrimenti… alla prossima puntata !!!
FIORA |