ANNA MAGNANI

 

"Bruna e non bella, ma con gli occhi di una divorante, fonda, febbrile vivezza, lucenti sopra le occhiaie peste, di tra le ciocche dei capelli eternamente arruffati e spioventi" (G.C.Castello).

Eh si, un altro mostro sacro del cinema italiano è proprio lei, Anna Magnani o Nannarella, a mio avviso la più grande delle attrici italiane, donna simbolo del cinema italiano del dopoguerra, cinema della ricostruzione e del riscatto. Anna nasce a Roma nel 1908 da padre ignoto e da una donna che dopo la sua nascita si trasferisce in Egitto col nuovo compagno, affidando la piccola alle cure della nonna e delle zie. Anna farà in seguito delle ricerche sul padre, ma le interromperà non appena scoprirà che si chiamava Del Duce. "Mica volevo passa’ per la figlia del duce!" dirà con la sua immensa ironia. E’ la nonna la figura più importante della sua infanzia, quella donna che lei stessa ha definito "straordinaria, un angelo, una forza, il fuoco, la dolcezza, il velluto" e che, cantandole spesso la canzone Reginella, le trasmetterà l’amore per la musica. All’età di quindici anni, dopo aver aspettato invano il ritorno di sua mamma a Roma, decide di andare in Egitto, ma si ferma lì solo per un anno, e capisce di non poter mai più recuperare tanti anni di carezze mancate e di affetto negato. Deriva da questo suo viaggio la convinzione diffusa che sia nata in Egitto. In realtà Anna è orgogliosa di essere nata a Roma e, alla domanda di alcuni giornalisti circa il paese di nascita, lei risponde quasi risentita: "Voglio essere nata a Roma perché sono nata a Roma, a Porta Pia!!!"

Abbandonato il liceo, Anna si iscrive alla scuola di recitazione Eleonora Duse presso l’Accademia di Santa Cecilia e, tra il 1929 e il 1932, recita nella Compagnia Teatrale diretta da Dario Niccodemi. Anna ricorda con molto dolore il distacco dalla nonna per seguire in giro per l’Italia la Compagnia. La nonna la aveva accompagnata alla stazione e, salutando quella donnina minuta ma bellissima e importantissima per lei, Anna realizzò che non l’avrebbe mai più rivista. La donna muore infatti sei mesi dopo, scatenando in Anna una rabbia che fa venir fuori il suo carattere, aperto, leale, ma estremamente passionale e diretto, che renderà burrascosa ogni sua storia d’amore e di amicizia, per via della sua possessività morbosa Nel 1934 approda alla rivista con la Compagnia dei fratelli De Rege. Nello stesso periodo comincia a girare i suoi primi film, interpretando però solamente personaggi marginali. E’ l’epoca del cinema dei telefoni bianchi, un cinema improbabile, dove tutto, dai luoghi alla scenografia, dai personaggi alle stesse storie raccontate, è inverosimile e Anna è troppo vera, troppo plebea per poter impersonare le donne di quel mondo surreale; deve accontentarsi delle apparizioni da caratterista. Rimane il teatro, dove si dimostra attrice a 360 gradi, a tratti sfrenatamente comica, a tratti di una drammaticità struggente. In questo periodo conosce il regista Goffredo Alessandrini, che sposa nel 1935, dopo un breve periodo di convivenza. Anna crede a questa unione, a cui si dedica con tutta le sue energie, ma la sua gelosia morbosa, motivata dai frequenti tradimenti di Nannetto - come soleva chiamarlo Anna - e la superficialità di quest’ultimo, fanno naufragare il loro rapporto. Alessandrini tra l’altro si dimostra poco comprensivo nei confronti di Anna attrice; la considera infatti bravissima sulle scene teatrali, ma assolutamente non adatta al cinema, e nell’unico film che girerà con lei, Cavalleria (1936), le farà fare una fugace apparizione su un palcoscenico nelle vesti di cantante, ma non le farà neppure un primo piano.

Si accorgeranno di lei solo quando il cinema dei telefoni bianchi cederà il posto a un cinema più maturo, popolaresco, bozzettistico ma più reale, più vero.

Dal 1940 al 1944 è in rivista con Totò, il più grande degli attore comici italiani, e chi ha avuto la fortuna di vederli insieme assicura che con loro sono state scritte le più importanti pagine del teatro di rivista in Italia.

Nel 1940 incontra un giovane attore, bello, di ventitré anni - nove meno di lei - e se ne innamora. Si tratta di Massimo Serato, che però rappresenterà per Anna una cocente delusione. Lui dichiarerà: "dovevamo stare insieme in piena libertà, questi erano i patti. Io volevo essere libero e lei mi pretendeva legato"

A sorpresa arriva la gravidanza di Anna, che la rende più dolce, più serena, ma che allontana ulteriormente il giovane Serato. Il 23 ottobre del 1942 nasce Luca, un bambino bellissimo coi lineamenti del padre e i capelli neri e gli occhi espressivi della madre. Anna ha 33 anni e lo considera una benedizione di Dio, un regalo dal Cielo nella sua vita non troppo felice.

Durante la gravidanza rinuncia a girare Ossessione (1943) di Visconti e continua ad interpretare parti di caratterista popolana, come in Campo de’ fiori, al fianco di Aldo Fabrizi.

Una sera, mentre sta recitando a teatro con Totò, le dicono di tornare subito a casa perché il piccolo Luca ha la febbre alta. Anna arriva a casa, lo prende tra le braccia ma il bambino quasi non reagisce. La diagnosi del medico non lascia dubbi, il piccolo è ammalato di poliomelite. Ancora una volta il destino si è accanito contro di lei e la malattia del figlio sarà una delle sue più grosse sofferenze.

La grande occasione cinematografica arriva nel 1945, quando Roberto Rossellini e Sergio Amidei decidono di realizzare un’impresa molto ardua, fare uscire il cinema dagli studi e portarlo in strada, a contatto con la gente, per raccontare senza filtri com’è l’Italia di quel periodo. Tra difficoltà di ogni tipo viene girato "Roma città aperta", che racconta l’incubo dell’occupazione nazista e che decreta la nascita del Neorealismo. Anna, con il suo volto vero e addolorato, diventa il simbolo di questo film e lo considera il suo lavoro più sofferto, partorito con dolore dalle sue stesse viscere, tanto che in seguito si rifiuterà di vederlo.

In quell’occasione nasce l’amore per Rossellini, che sembra avere tutte le qualità di cui Anna ha bisogno. Con lui si sente compresa e protetta. La loro unione sarà tuttavia burrascosa, a causa del temperamento collerico e impulsivo di entrambi.

Con Roma città aperta si spalancano le porte del cinema per Anna, che diventa l’emblema del filone neorealista. Sono di quegli anni film quali Il Bandito (1946), L’onorevole Angelina (1947) e Assunta Spina (1949). Nel 1948 interpreta L’amore di Rossellini, ed è l’ultimo dei momenti che vede i due artisti ancora insieme. La loro storia d’amore terminerà con l’arrivo in Italia di Ingrid Bergman che sostituirà Anna nel cuore di Roberto. Nel 1949 Anna, delusa e amareggiata, girerà Vulcano, un film di W.Dieterle che in realtà rappresenta una polemica risposta a Stromboli che Roberto sta girando con la Bergman.

Nel 1951 c’è l’incontro con Visconti, con cui girerà il film Bellissima, nel ruolo di una madre che sogna una carriera cinematografica per la sua bambina e un episodio di Siamo donne (1953).

Sarebbe dovuta essere di Visconti anche la regia di La carrozza d’oro, che, non si sa per quale motivo, alla fine fu affidata a J.Renoir.

La Magnani è ormai un’attrice completa, dal talento ineguagliabile, che cede alla tentazione di andare a Hollywood per farsi conoscere anche oltreoceano. Anche questa volta lascia l’Italia con molto dolore, soprattutto a causa del figlio Luca, ma l’esperienza americana darà i suoi frutti.

Con La rosa tatuata (The Rose Tattoo-1955) scritto apposta per lei da Tennessee Williams e interpretato con Burt Lancaster, è la prima attrice italiana a vincere il premio Oscar. Seguiranno Selvaggio è il vento (Wild is the wind-1957), al fianco di Anthony Queen, e Pelle di serpente (The fugitive Kind-1959) con Marlon Brando.

La nostalgia di Roma la riporta però in Italia, dove tuttavia il successo appena ottenuto in America non ha il seguito che avrebbe dovuto avere. Attrice troppo scomoda ed esigente - " Io sono un cavallo a cui non bisogna mettere briglie" - Anna mette quasi soggezione a registi e produttori. Troppo grande per il cinema provinciale di quegli anni.

Nel 1962 c’è l’incontro con Pier Paolo Pasolini, con cui gira Mamma Roma. La sua interpretazione è memorabile, nella parte di una prostituta che si redime per il figlio, ma il sodalizio non è dei migliori. Pasolini ha paura che la personalità di Anna possa condizionarlo e alla fine la Magnani dichiarerà: "Pasolini mi ha usata".

L’ultima occasione le viene offerta dalla televisione, verso la quale l’attrice era stata fino ad allora diffidente. Gira nel 1970 quattro film diretti da Alfredo Giannetti, 1870, La sciantosa, Un incontro e L’automobile.

Anna lascia la sua casa di Palazzo Altieri agli inizi di settembre del 1973 e viene ricoverata alla clinica Mater Dei di Roma. La sera del 26 settembre la televisione decide di mandare in onda 1870, l’unico dei quattro film TV non ancora trasmesso perché destinato al circuito cinematografico e per questo viene portato un televisore nella stanza di Anna.

Anna non riuscirà a vederlo, ma lo vedrà tutta l’Italia, per omaggiare la sua attrice più vera, il simbolo della donna italiana e della sua crescita. Nessuno dimenticherà mai i suoi occhi profondi, le sue occhiaie peste, la sua risata ora canzonatoria, ora gioiosa, ora irridente, l’alternanza tra stati di cupezza totali e momenti di gioia sfrenata che la caratterizzavano -"Stasera c’ho la ruzza", diceva lei quando aveva voglia di giocare e di divertirsi -; nessuno potrà mai dimenticare la donna che cade sotto i fucili dei nazisti in Roma città aperta, e che in quel tragico momento porta in scena e regala al pubblico la sua vita, caratterizzata da amori travolgenti e drammatici, da angosce laceranti, da lacrime di gioia e di dolore, da tutti quei contrasti che fanno di lei un personaggio unico, fuori dalla norma, in altre parole un Mito.

 

ENZO