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TUTTE LE FESTE AL TEMPIO (Atto secondo – Scena sesta)
La scena si svolge in una sala del Palazzo ducale di Mantova. Rigoletto ha appena pronunciato la sua terribile invettiva contro i cortigiani quando all’improvviso compare Gilda disperata perché è stata appena sedotta dal Duca. Il buffone intima allora ai cortigiani di abbandonare la stanza per poter rimanere solo con la figlia. I due si confessano tutto il loro dolore e Gilda racconta al padre la storia del suo primo incontro con il Duca che, dopo averla seguita tutte le domeniche in chiesa, un giorno le si era presentato, sotto mentite spoglie, e le aveva dichiarato il suo amore.
Riflessioni linguistiche Pregava: pregavo. Forma arcaica. Imperfetto del verbo "pregare". S’offerse: si offrì. Forma arcaica. Passato remoto del verbo "offrire" (nella forma riflessiva "offrirsi"). Nell’Italiano moderno qui si preferirebbe l’uso dell’imperfetto perché il verbo indica un’azione continuata e contemporanea rispetto ad un’altra nel passato, senza che ci sia un riferimento temporale preciso (ad esempio: "mentre pregavo Dio, un giovane si offriva al mio sguardo"). Nella frase è, inoltre, presente il senso dell’abitudine (tutte le feste al tempio), e l’imperfetto è proprio il tempo che usiamo in Italiano quando parliamo di abitudini proprie della nostra vita passata. Fatale: l’aggettivo deriva dal Latino "fatalis" e indica generalmente qualcosa che appartiene al fato, al destino. Nell’Italiano di oggi la parola può avere un senso quasi ironico e indicare una persona dotata di un fascino irresistibile, anche in senso erotico (ad esempio uno sguardo fatale); in senso negativo, invece, essa può riferirsi a qualcosa che porta disgrazia o morte. I labbri: le labbra. Spesso le parole che indicano parti del corpo umano hanno in Italiano un singolare maschile (es: il labbro, il braccio, il dito etc.) e un plurale femminile in –a (es: le labbra, le braccia, le dita). Ovviamente esistono delle eccezioni come, ad esempio, l’occhio/gli occhi, l’orecchio/le orecchie, la mano/le mani. Furtivo: nascosto. La parola deriva dal Latino "furtivus" e indica generalmente qualcosa che è nascosta, o si fa di nascosto e rapidamente come se fosse un furto. Ricordate la celebre aria "Una furtiva lacrima" dall’Elisir d’Amore di Gaetano Donizzetti? Protestò: dichiarò. Nel significato originario questo verbo significa proclamare, affermare con energia qualcosa. Nell’Italiano di oggi esso viene comunemente usato quando vogliamo affermare con energia il nostro disaccordo o disapprovazione riguardo ad un certo argomento. Aprivasi: si apriva. Questo è un esempio di enclisi pronominale: il pronome riflessivo viene unito alla fine del verbo invece di precederlo. Addussero: portarono. Passato remoto del verbo "addurre". Presso: vicino. Questa forma non è più molto usata oggi. Essa rimane in alcune espressioni per indicare vicinanza (ad esempio: "casa mia si trova nei pressi della stazione centrale") o dipendenza (ad esempio: "Carlo lavora presso una banca molto importante"). Questa parola viene anche usata nel linguaggio diplomatico: l’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, ad esempio, è la persona che rappresenta il nostro Paese nello Stato della Città del Vaticano. Funesto: che porta disgrazia o morte.
Commento per gli esperti L’aria, dotata di una grande forza emotiva, riprende il tema del rapporto tra padre e figlia già indagato da Verdi nel celebre duetto del primo atto che vede protagonisti Rigoletto e Gilda (Figlia! . . .). La ragione che spinge il Maestro a scrivere così spesso per baritono e soprano nei ruoli di padre e figlia, in questa come in altre opere, deve probabilmente essere ricercata nel suo vissuto personale. Verdi, infatti, perde i suoi figli quando sono ancora bambini e i suoi rapporti con i genitori non sono certo dei migliori. Essi divengono addirittura imbarazzanti quando il giovane inizia a frequentare un ambiente sociale del tutto estraneo alla sua famiglia. La sostanziale privazione degli affetti più cari sembra, dunque, indurlo a ricreare gli stessi sul palcoscenico con risultati magistrali. L’oboe che introduce "Tutte le feste al tempio" contribuisce a creare un’atmosfera di malinconia, che diventa più appassionata con il procedere dell’aria. La risposta di Rigoletto "Solo per me l’infamia" esprime la patetica dignità del buffone il quale, non curante del proprio destino, avrebbe, al contrario, desiderato il meglio per la figlia amata: ognuno di questi brani si collega con naturalezza al seguente. L’intero quadro procede, ininterrotto, dall’entrata di Rigoletto alla fine dell’atto (Verdi scriverà sempre opere a pezzi separati, ma con una libertà di accostamento tale che, come in Wagner, non è sempre facile stabilire dove finisce un brano e dove comincia il seguente). Il duetto tra Rigoletto e Gilda, "Piangi fanciulla" è struggente: le frasi interrotte dalle lacrime di Gilda contrastano con il legato del buffone, mentre i violini eseguono un bell’inciso di accompagnamento. L’apparizione di Monterone ("Sì vendetta"), che viene trascinato in carcere, si inserirà nella parte finale del duetto e costituirà la conclusione effettistica dell’atto.
ANTONIO |