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LUIGI PIRANDELLO
Ma, cominciamo con il raccontare la sua vita. Luigi Pirandello nasce nella Sicilia di fine Ottocento (nel 1867), in un ambiente filo-garibaldino e benestante (la sua famiglia aveva in gestione alcune zolfatare vicino ad Agrigento), e allo stesso tempo soffocante e tradizionalista. Frequenta il liceo a Palermo, poi si trasferisce a Roma, dove studia legge e lettere, ma conclude i suoi studi a Bonn (in Germania) e si laurea con una tesi sul dialetto della sua Girgenti (Agrigento). Tornato in Italia, si stabilisce a Roma, dove conosce alcuni
intellettuali dell’epoca, fra cui Luigi Capuana (ispiratore del Verismo); nel
1894 si sposa con Maria Antonietta Portulano, comincia a collaborare ad alcune
riviste (ne fonderà anche una propria Ariel), insegna lingua italiana
all’Istituto Superiore di Magistero e scrive le sue prime opere narrative (L’esclusa,
1893). Il suo primo grande successo letterario, Il fu Mattia Pascal, esce
nel 1904 e nasce da un situazione familiare dolorosa e delicatissima: la moglie
dello scrittore soffre infatti di una gravissima forma di paranoia che la
costringe a letto. Pirandello non la lascerà mai sola, neanche durante le crisi
più acute, e le sarà sempre fedele. L’attività di Pirandello narratore continua con il romanzo I vecchi e i giovani (1913) e con alcune novelle. Gli anni della Prima Guerra Mondiale lo avvicinano al teatro, un teatro che in quel periodo subisce cambiamenti improvvisi e repentini (si pensi al Manifesto del Teatro Futurista, 1915): il pubblico non si accontenta più di semplici commedie o drammi moraleggianti e didascalici; ed ecco che Pirandello porta sul palco (un palco che non è più nettamente separato dalla platea) la coscienza dell’uomo novecentesco, il reale e il paradossale, l’ironia intellettuale, le inquietudini e le sofferenze del suo stesso animo. Nel 1917 esce Il berretto a sonagli, Così è (se vi pare), Il piacere dell’onestà; tra il 1918 e il 1923 vengono rappresentati gli altri grandi drammi pirandelliani: Il giuoco delle parti (1918), Sei personaggi in cerca d’autore (1921), Enrico IV (1922) e L’uomo dal fiore in bocca (1923). Il teatro di Pirandello è un teatro in cui trionfano la solitudine e l’incomunicabilità umane, temi che ritroviamo anche in alcune sue opere narrative, è un teatro moderno non solo nei contenuti ma anche nella tecnica e influenzerà la drammaturgia europea per molti anni. L’ultimo suo romanzo risale al 1926: Uno, nessuno e centomila. Negli anni Trenta, Pirandello viaggia moltissimo grazie al successo internazionale delle sue opere teatrali. Nel 1934 riceve il Premio Nobel per la Letteratura (prima di lui era stato dato al poeta Giosuè Carducci e alla scrittrice Grazia Deledda). Muore nel 1936, lasciando incompiuto l’ultimo grande dramma I giganti della montagna. Luigi Pirandello è uno scrittore poliedrico, autore di saggi (L’umorismo e Arte e Scienza, 1908), di novelle, di romanzi, di opere teatrali; è uno scrittore acuto, intelligente, moderno. Porta in scena il suo stato d’animo e la sua esperienza dolorosa trasfigurandoli nella vita di personaggi indimenticabili come lo scrivano Ciampa (Il berretto a sonagli), Mattia Pascal (Il fu Mattia Pascal), Vitangelo Moscarda (Uno, nessuno e centomila). Questi personaggi si sono resi conto dell’ipocrisia e della non-comunicazione che imperano nella società moderna e cercano in qualche modo di evadere, giungendo però all’amara conclusione che non c’è vita alternativa fuori dagli schemi (la libertà diventa una non-libertà), anche se è per loro impossibile viverci dentro una volta che ne siano diventati consapevoli. In Uno, nessuno e centomila, il protagonista Vitangelo Moscarda viene a sapere un bel giorno (per caso !) dalla moglie che il naso gli pende a destra. E’ come una molla che innesca tutta una serie di reazioni a catena: gli altri non lo vedono come lui è? E chi è lui per gli altri? Ognuno lo vede come vuole, con occhi diversi? E chi è lui per se stesso? In realtà, ci sono centomila Vitangelo Moscarda, ciascuno diverso per ogni persona che lo vede, lo incontra, lo giudica, mentre Vitangelo per sé non è nessuno, perché non può "vedersi vivere". Vi lascio con la pagina iniziale di questo romanzo, sperando che lo stile di Pirandello e la vostra curiosità siano gli stimoli giusti per cominciare (o ri-cominciare) a conoscere uno scrittore straordinario.
"Che fai?" mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. "Niente," le risposi, "mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino." Mia moglie sorrise e disse: "Credevo ti guardassi da che parte ti pende." Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: "Mi pende? A me? Il naso?" E mia moglie, placidamente: "Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra."
Avevo ventotto anni e sempre fino allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza di essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, così… "Che altro?"
(Uno, nessuno e centomila, Libro Primo, I, edizioni Oscar Mondadori)
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