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TACEA LA NOTTE PLACIDA

(Atto I, quadro II)

Siamo nei giardini del palazzo. È notte. Una notte in cui "dense nubi coprono la luna" come scrive Verdi nel libretto. Leonora e Ines passeggiano. Leonora è triste perché da tempo non vede l’uomo che ama. Alle domande di Ines, Leonora spiega che la prima volta l’ha visto ad un torneo. Poi, dopo la guerra civile, una notte aveva sentito il canto di un uomo e, corsa al balcone aveva riconosciuto la figura del suo Trovatore. Ecco il racconto di Leonora.

Libretto

Versione

Tacea la notte placida
e bella in
ciel sereno
la luna il viso argenteo
mostrava lieto e pieno...
Quando suonar per l’
aere,
infino allor sì muto,
dolci
s’udiro e flebili
gli accordi d’un lïuto,
e versi melanconici
un Torvator
cantò.
Versi di
prece ed umile
qual d’uom che prega Iddio
in quella
ripeteasi
un nome... il nome mio!...
Corsi al
veron sollecita...
Egli era! Egli era desso!...
Gioia
provai che agli angeli
solo è provar concesso!...
Al
core, al guardo estatico
la terra un
ciel sembrò.

La notte era tranquilla e silenziosa
e nel cielo senza nuvole
la luna mostrava il suo viso
di colore argento.
Quando per l’aria,
fino allora silenziosa,
si sono sentiti gli accordi
dolci e sommessi di un liuto
e un Trovatore ha iniziato a cantare
delle tristi parole.
Parole di umile preghiera
come quelle di un uomo che prega Dio
e in quella preghiera si ripeteva
un nome... il mio nome!...
Sono corsa subito al balcone
era lui! Era lui!...
Ho provato quella felicità
che solo gli angeli possono provare!...
Al mio cuore e al mio sguardo felice
la terra è sembrata come il cielo!

   

Questa è l’aria con cui si presenta l’eroina del dramma. Molti la giudicano una delle più belle fra quelle scritte da Verdi per un soprano. La sua interpretazione richiede una perfetta tecnica vocale e una grande capacità interpretativa. L’atmosfera notturna, il racconto d’amore e di passione, riportano ad altre opere precedenti di Verdi e del melodramma del primo Ottocento.

 

Riflessioni linguistiche

Tacea: taceva. Spesso la forma della terza persona singolare dell’Imperfetto dei verbi in -ere e -ire perde la lettera v. splendea= splendeva, facea = faceva.

aere: molto usato nei libretti invece di aria (ricordate: "Verranno a te sull’aere" di Lucia di Lemmermoon?). Nota bene: aria è femminile ma aere è maschile (aere muto).

s’udiro - cantò - corsi - provai - sembrò: queste sono tutte forme del Passato Remoto, normalmente usato nei libretti. Eh sì, per capire le opere bisogna studiare il Passato Remoto!!

Prece: questa parola, di origine latina, ha il significato di preghiera.

core: derivazione diretta dal latino cor, ha il significato di cuore.

Egli: pronome soggetto 3ª persona singolare maschile. Ancora usato nella narrativa e nel linguaggio burocratico e ufficiale. Normalmente si usa lui.

veron:  balcone.

ciel: molto usato per cielo.

 

Commento per gli esperti

Scrive il Budden: "È come se per tutta la durata delle sue ventotto lente battute il centro di gravità melodico crescesse continuamente fino a culminare in quel volo finale che si libra fino a raggiungere il Si bemolle intensificato da parti interne che ascendono con movimento cromatico, un rullo di timpani e l’introduzione di ulteriori strumenti". (da J. Budden, Le Opere di Verdi, vol. 2° dal Trovatore a La forza del destino, EDT/Musica)

molte opere di Verdi e di altri Autori del melodramma ottocentesco hanno scene ambientate di notte (da Norma a Lucia di Lammermoon, da Ernani a Rigoletto). Il tema della notte e della luna, d’altra parte, caratterizza la poesia romantica, basti pensare a Byron, a Heine al nostro Leopardi. In questa immagine così ricorrente alcuni hanno visto un aspetto tipico della concezione romantica dell’esistenza. Le ombre della notte rendono lo sguardo incapace di vedere e sviluppano i sensi e l’istinto dell’uomo, soprattutto in contrapposizione al "culto del sole" dell’Illuminismo di fine Settecento.

 

LUCA BONOMI